Sono trascorsi oltre due anni dall’inizio della pandemia e il bilancio di morti e contagi e dei danni permanenti alla salute degli ammalati dopo la guarigione è ancora provvisorio.

Nonostante l’ottimismo di uno slogan fin troppo abusato, tutto tornerà come prima, i due anni trascorsi hanno determinato cambiamenti radicali nel mondo del lavoro privato e pubblico e lo stato di emergenza introdotto dalla pandemia si sta spostando alla guerra con il riarmo della UE sancito dal documento programmatico definito Bussola Europea.

Abbiamo raccolto alcune testimonianze su come i lavoratori e le lavoratrici della PA, e non solo, hanno vissuto questi due anni.

 

D., 47 anni, amministrativa dipendente di un Ente locale:

Sono entrata in Comune 5 anni fa dopo un concorso riservato alle categorie protette. Avevo subito un trapianto di rene e questa condizione di fragilità non mi permetteva di svolgere il lavoro precedente.

All’inizio della pandemia continuavamo a lavorare fino a quando gli Rls (rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza) hanno iniziato e evidenziare i rischi legati alla presenza di personale dentro gli uffici o alla carenza di dispositivi di protezione individuale.

Poiché la mia attività risultava tra quelle “smartizzabili”, sono stata messa a casa operando in smart working. All’inizio sollievo, perché il lavoro in presenza rappresentava un rischio oggettivo, poi sono iniziate le liste WhatsApp costruite su base volontaria dal dirigente per tenere insieme il gruppo di lavoro. Non ho avuto nulla da obiettare, pensavo si trattasse di uno strumento anche umano, ma nel giro di poche settimane ho dovuto ricredermi…. Fino alle 22 arrivavano richieste datoriali, in teoria per il giorno successivo, ma tali da richiedere mansioni e competenze diverse dalle mie. Ad ogni ora del giorno arrivavano richieste per servizi, email a cui rispondere, l’accesso alle banche dati non era sempre consentito e il lavoro arretrato si accumulava…Non avevamo la percezione del tempo, capitava di stare al pc anche un’ora o due dopo la fine dell’orario di servizio, tempo regalato al nostro Ente perché a quanti operavano in smart non veniva riconosciuto straordinario, anzi perfino i buoni pasto ci sono stati negati. Un paio di giorni alla settimana percepivo anche l’indennità di turnazione, che con il lavoro agile è scomparsa, eppure lavoravo una media di 41\42 ore alla settimana con una retribuzione ferma a 36.

Dopo mesi abbiamo iniziato a pretendere la disconnessione dopo una certa ora e l’abbiamo ottenuta, ma già nell’estate 2021 ci è stato chiesto di alternare lavoro in smart e in presenza. Una ritorsione rispetto alla nostra richiesta di connessione solo in orario di lavoro? In parte sì, ma teniamo conto che il Ministro Brunetta ha sempre considerato lo smart una perdita di tempo e le normative succedutesi sono state spesso ambigue. Come lavoratrice fragile ero abbastanza tutelata, ma solo perché le mie precarie condizioni di salute imponevano al datore di lavoro un’attenzione massima. Diverso il caso di colleghe\i che, senza certificazioni forti, si sono ritrovati di nuovo in presenza e magari hanno preso il Covid.

Oggi, 1 Aprile, dovrei tornare a lavorare in presenza perché il decreto che pone fine allo stato di emergenza si è nel frattempo rimangiato l’impegno di tutelare i fragili almeno fino al 30 giugno. Forse riusciremo ad ottenere una certificazione dal medico competente che prolunghi lo smart fino al 30 giugno, ma varrà, forse, solo per i fragili certificati…

 

E., 55 anni, tecnico Ente locale:

Due anni disastrosi, il Covid mi ha lasciato un corpo sofferente tra tachicardie e disturbi nella respirazione. Non posso dimostrare di avere preso il Covid al lavoro, ma nei giorni precedenti c’erano stati innumerevoli casi, le sanificazioni straordinarie sono arrivate in ritardo perché la macchina burocratica si inceppa ogni volta che deve attivarsi per la salute e la sicurezza dei “comuni mortali”. Per avere lo smart ho dovuto accettare di smaltire il lavoro arretrato, ho perfino acquistato il pc nuovo per lavorare da casa, ma i programmi del Comune erano obsoleti e non andavano bene, ho speso soldi, tanti, per dotarmi di strumenti che avrebbero dovuto essere forniti dall’Ente, ma così non è stato. L’esperienza lavorativa è stata pessima, per ogni problema dovevo andare in presenza, la connessione con le banche dati altalenanti, gli assessori dopo i primi 7\8 mesi pretendevano di svolgere le riunioni in presenza.

Ho perso decine di buoni pasto, ero solito fare almeno 3\4 ore di straordinario alla settimana, alla fine con lo smart ci ho rimesso centinaia di euro.

 

M., 28 anni, stagionale:

Ogni volta, con l’inizio della primavera, arriva la solita polemica dei balneari e delle associazioni dei commercianti: non si trovano stagionali, i giovani non hanno voglia di faticare e preferiscono stare in vacanza con il reddito di cittadinanza o i soldi dei genitori , siamo oberati di tasse e non possiamo andare avanti.

Vi riporto la testimonianza mia e della compagna con cui vivo, perché le condizioni di vita e di lavoro in questi due anni sono ulteriormente peggiorate.

Abbiamo dei diritti? A noi sembra di no, i diritti vengono negati, abbiamo lavorato il doppio delle ore rispetto al massimale previsto dal C.c.n.l., alcune ore sono state pagate al nero, turni massacranti e senza giorni di riposo, abbiamo lavorato sette giorni su sette fino a 12 ore giornaliere per più di tre mesi. I nostri datori pensavano di farci un favore “tanto c’è la fila di persone che vogliono prendere il vostro posto, anzi se assumiamo migranti li paghiamo meno di voi e scambiano ore retribuite per un pasto che al nostro ristoro costa anche meno”.

Gli stipendi stagnano da trent’anni, i prezzi sono alle stelle, se prendi un giorno di ferie devi essere consapevole di lavorare il doppio al rientro. I lavori stagionali sono caratterizzati da bassi salari, lavoro nero e contratti pirata, ecco perché è necessario introdurre un salario minimo legale. E la situazione è peggiorata con la pandemia , anzi la nostra precarietà è stata spinta alle estreme conseguenze.

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